"Pronto? ciao sono Jaime... siamo in Nord Italia dopodomani, abbiamo una data libera, passiamo a trovarvi; se vuoi registriamo qualcosa..."
Da questa telefonata nasce una registrazione last minute per pochi invitati, una sorta di house concert che si è svolto in una ex fabbrica di pipe.
Jaime Dolce è un amico del blog e del Festival come saprete, ed è uno a cui piace sperimentare; non si è stupito quando si è ritrovato a suonare su dei tappeti al freddo in un lungo corridoio di una fabbrica dove ora risiedono artigiani, pittori, scultori e altro ancora.
Anzi, ha esclamato: "Stasera facciamo qualcosa di diverso, un'improvvisazione psichedelica strumentale..." e così ha fatto con i suoi fidati Innersole (dopo aver ascoltato il live set anch'esso strumentale dei Downloaders che hanno aperto le danze e fatto gli onori di casa).
Per la gioia degli amici presenti (che hanno ringraziato con una colletta per pagare l'hotel al gruppo in day-off) ne è uscita una jam dilatata e avvolgente, a tratti rarefatta a tratti intensa; una jam con lo spirito vero della jam, libera, senza badare ad imprecisioni e a canovacci troppo rigidi. Eccone un assaggio...
Un'ultima piccola news: Jaime dopo il bellissimo Sometimes Now è tornato in studio di registrazione...
Venerdì 23 novembre al Twiggy Cafè di Varese tornerà Supersound, serata che vedrà alternarsi ai piatti (rigorosamente vinili) Dj Vigor e i Lost & Found. Si parlerà la lingua del funk e del soul dagli anni '50 alla fine dei '70. L'ingresso è libero, l'obbligo è ballare.
Cosa fare per promuovere e proporre cultura, senza sacrificarla sugli altari dei magri bilanci comunali e puntando al risparmio energetico?
Questo è l'imperativo alla base dello spettacolo ZEB (acronimo di Zero Emission Blues), ideato dal musicista genovese Paolo Bonfanti, e basato sulla commistione di valenze culturali e attenzione per costi e istanze ecologiche. Utilizzare i valori artistici della musica per indicare la strada da seguire per il futuro, un percorso la cui meta è fissata nell'ineluttabilità della sostenibilità (citiamo dal Rapporto Bruntland del 1987 la definizione di sviluppo sostenibile: "è uno sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri") e nell'assunzione della responsabilità delle proprie scelte.
Lo spettacolo, agile e dalla scenografia essenziale, propone una carrellata musicale, ricca di tappe suggestive che attraversano tutta la lunga carriera di Paolo Bonfanti spaziando dal Blues al Rock senza trascurare la musica d’autore: un vero viaggio nella musica americana a tutto tondo, con brani originali, intercalati da cover dei grandi interpreti e autori americani, con testi in inglese, italiano e dialetto genovese. Il tutto sarà caratterizzato da costi contenuti, basso consumo energetico e elevato valore culturale e musicale.
I musicisti si avvalgono prevalentemente di strumenti acustici con una minima amplificazione (che può essere fornita o meno, a scelta dell’organizzatore): questo fa sì che il consumo energetico sia davvero ridotto al minimo (da 1 ad un massimo di 4 Kw).
Un ottimo esempio è stato lo spettacolo svoltosi nella chiesa di Mirabello Monferrato (AL), davanti ad un pubblico di 100/150 persone, in cui è stato sufficiente illuminare con delle candele e amplificare soltanto voce, chitarra e contrabbasso con un consumo inferiore ad 1 Kw.
Lo spettacolo può essere adattato in base alle esigenze logistiche e di budget pur mantenendo la sua valenza originaria; si parte dalla band composta da 4 elementi, Paolo Bonfanti (voce e chitarra), Roberto Bongianino (fisarmonica e chitarra), Stefano Risso (contrabbasso) ed Alessandro Pelle (batteria e percussioni), per arrivare al solo Bonfanti passando per tutte le possibili combinazioni intermedie (trio o duo).
IlCrossroad Guitar Festival organizzato da Eric Clapton in persona è uno dei più importanti festival a livello mondiale. Quest'anno si terrà il 12 e 13 aprile al mitico Madison Square Garden di New York.
Appena annunciata la line up... basta leggere i nomi, altro da aggiungere non c'è.
Ciao Gianluca, raccontaci un pò chi sei e cosa fai nella vita...
...Trasmetto, scrivo, organizzo e metto dischi di Blues e di altri suoni. Tutte cose estremamente interessanti, che sono corollario perfetto ad altre due circostanze entusiasmanti, ovvero ascoltare e viaggiare nelle terre da cui i suoni in oggetto provengono. Insomma, mi ritengo una persona fortunata.
Cos'è e come è nato il progetto Mojo Station?
Per curiosità, bisogni ed incontri fortunosi. Mojo Station è una storia che condivido oramai da oltre due lustri assieme al mio amico e sodale di avventure Pietropaolo Moroncelli. Ambedue siamo nati e viviamo a Roma. Da grossi appassionati di Blues, sin da ragazzi, abbiamo iniziato a seguire concerti in giro per la nostra città ed anche fuori. Col passar del tempo ci siamo però scontrati con la situazione musicale romana di fine anni '80 e primi anni '90. Che per il Blues si mostrava palesemente asfittica e limitata. Una ridda di live, ma quasi tutti compresi nei suoni che andavano da Roberto Ciotti a cover band che suonavano Stevie Ray Vaughan e Johnny Winter, passando per Hendrix e quando ci andava bene, l'ultimo Muddy Waters. Mostri sacri certo, ma sempre più spesso la domanda a fine serata era : “E poi? Basta?”. Una domanda semplice alla quale trovammo lentamente (in quanto internet era lontano da venire) risposta grazie a negozi di dischi e radio. E proprio quest'ultima è stata la nostra svolta effettiva. Nel 2000 inizia a trasmettere presso Radio Onda Rossa. Poco dopo mi trasferii a Radio Città Aperta. Fu così che alla domanda di cui sopra iniziai a rispondere con l'idea folle di aprire una trasmissione di Blues, chiamata per l'appunto “Mojo Station – Il Blues e le Sue Culture”: era l'ottobre del 2002. In breve mi raggiunse anche Pietropaolo Moroncelli. Da quel momento in poi è stato un continuo, entusiasmante crescendo. Nel 2005 in primo viaggio nel Deep South statuinitense, nello stesso anno il Festival, e poi via via tutto il resto. Mojo Station si è poi evoluta come associazione no profit. Che ad oggi produce il format radiofonico, organizza il Festival ed una lunga serie di eventi di musica live, dj-set, mostre ed happening di diverso tipo che implementano l'arte visuale nelle sue diverse forme. Il tutto con il focus puntanto sulla musica e sulla cultura nero ed afroamericana. Ad oggi siamo ad undici stagioni radiofoniche e per il 2013 alla nona edizione del nostro Festival. Ed anche se sembra una frase fatta, davvero non avremmo mai pensato di realizzare tutto questo ed ancora ci divertiamo da matti. E poi, la radio è bellissima! - ride -
Progetti futuri?
La radio ovviamente ricorre come di consueto nel suo appuntamento settimanale fisso. Per la dimensione organizzativa la stagione invernale 2012-2013 prevede una serie di appuntamenti a cadenza quindicinale in diversi club della città. Tra questi segnalo particolarmente il Mojo Station B-Day Party il prossimo 18 gennaio 2013 al Circolo degli Artisti con Luke Winslow-King trio più Roberto Luti e Dead Shrimp. E poi il nostro Festival in organizzazione per il giugno 2013. E poi alcune sorprese che teniamo celate per non svelare tutto anticipatamente.
Cosa ci racconti della blues foundation e di Marco Pandolfi?
Dal 2007 siamo affiliati alla Blues Foundation e già da diversi anni partecipiamo attivamente alle iniziative che mettono in piedi annualmente. Mi riferisco all'IBC (International Blues Challenge), a cui abbiamo inviato ben quattro diverse formazioni a rappresentarci. Per l'edizione 2012 abbiamo avuto come degni rappresentanti i grandi Bud Spencer Blues Explosion. L'anno precedente è toccato a Marco Pandolfi. Che sarà quest'anno in corsa per il Best Self-Produced CD 2013 con il suo disco “Close The Bottle When You Done”. Per noi questo è motivo di vanto: Pandolfi oltre ad essere probabilmente il miglior armonicista italiano (motivo per cui all'estero è riconosciuto e stimato più che da noi), da qualche anno ha imbracciato una chitarra, tra l’altro in modo egregio, dando vita ad una carriera come one-man band ed altri progetti.
Eri ad Arona al Blues Challenge italiano, come ti è sembrata la manifestazione e i concorrenti?
Yes, c’ero. Il livello mi è sembrato quasi soddisfacente. Un buon valore medio delle band sia con la formazione vincente la string band Veronica Sbergia & The Red Wine Serenadres, tanto quanto le altre in gara. Certo, ne abbiamo di strada ancora da percorrere, ma segnali interessanti ve ne sono.
Blues nel 2012... dove va e dove dovrebbe andare?
Bella domanda! Non credo di aver capacità per poterti rispondere. Ma posso certo dirti che oltre i valori consolidati e gli stili in auge, dal sanguigno Hill Country Blues alle influenze desertiche del West Africa piuttosto che al modernariato delle string band, c’è sicuramente dell’altro. Che al momento è sconosciuto ai più. E che a breve magari si svelerà, in un modo o nell’altro. Ma sicuramente, sta accadendo.
Italia: chi ti è sembrato particolarmente interessante negli ultimi anni?
Non vorrei apparire come un “regionalista”, ma oggettivamente le cose migliori degli ultimi anni stanno arrivando dalla città di Roma. Leader band come Adriano Viterbini e Davide Lipari hanno in piedi più di una situazione. La filiera degli one-man band sta prendendo corpo grazie a gente come The Blues Against Youth. Ma anche dal settentrione arrivano cose interessanti come Diego Potron e There Will Be Blood. Due menzioni particolari vanno però fatte per due giovani talentuosi, ma già in strada da tanto tempo: Davide Pannozzo e Little Paul Venturi.
Uno dei problemi che devono affrontare i festival in Italia è la latitanza spesso di un pubblico giovane e di un ricambio generazionale... che ricetta hai?
Magari ad averne! La tua domanda è pertinente. Ed a sostegno di ciò, aggiungo anche che vale a seconda del territorio. Mi spiego meglio: l’organizzazione festivaliera ha caratteristiche diverse a se parliamo di provincia (dove risiedono le principali rassegne) o grande città. Dialogando con altri direttori, la tua osservazione è stata sottolineata più d’una volta. Cogitando assieme a loro, si è imputato ciò fondamentalmente a due fattori: le line up (da implementare con suoni nuovi e freschi) e la comunicazione. Vettore quest’ultimo di primaria importanza. A tal proposito la nostra piccola e personale esperienza (che non risente dell’assenza di pubblico giovane, tutt’altro) ha sempre puntato parecchio su un impatto comunicativo di un certo tipo.
Argomento spinoso che ci ha riservato qualche critica in passato da parte dei conservatori bluesofili in passato... cosa ne pensi dei dj set?
Ti rispondo con una cosa che mi accadde anni fa, quando ebbi la fortuna di intervistare Otis Taylor al suo primo tour italiano (circostanza che avvenne grazie al Direttore de Il Blues Marino Grandi che mi diede tale possibilità). Taylor, parlando delle sue scelte artistiche mi rispose che se Son House avesse avuto a disposizione l’elettricità l’avrebbe semplicemente usata. In sintesi, mi spiace che i passatisti abbiano parere discorde, ma riguardo alla presenza di dj-set nel mondo del Blues, non posso che essere d’accordo. Che siano d’ascolto, da ballo o d’autore (vedi Kid Koala etc..) ben vengano. I tempi cambiano e le modalità espressive con loro: l’essenziale è che il senso e la matrice rimanga immutato e fedele a se stesso.
Qualcosa da aggiungere?
Si, compratevi Il Blues. Noi di Mojo Station e tanti altri Festival e trasmissioni radiofoniche esistono grazie alla rivista.
Mojo Station va in onda ogni lunedi dalle h 21:30 alle h 22:30, sulle frequenze di Radio Popolare Roma 103.3 fm -Roma e Lazio – Chi sta più a nord o a sud o in mezzo al mare può sentirla in Streaming dal sito www.radiopopolareroma.it www.mojostation.net
Recensione non convenzionale di un disco non convenzionale.
Sulla carta dovrebbe esserlo convenzionale: un classico power trio rock con chitarra basso e batteria; tutto strumentale e anche fin qui... certo, un pò insolito, ma nulla di rivoluzionario sotto il sole; eppure si tratta (e non capita spesso) di una creatura musicale nuova e difficile da definire.
E' rock, hard rock, con qualche accenno funk ma senza seguire ciecamente le trame di questi generi. Sembra a volte un'opera incompiuta che perde i pezzi lungo i brani e poi li ritrova, ti aspetti dietro l'angolo una chiusura, un solo, una nota che dovrebbe essere lì ma sistematicamente non arriva quando te lo aspetti. I brani sotto questo aspetto hanno una struttura quasi animalesca, imprevedibile e psichedelica. Detta così ci si potrebbe aspettare una connessione con gli Allman, con i Quicksilver o Hendrix, in realtà se dobbiamo fare paragoni (che lasciano il tempo che trovano) il disco suona quasi più Deep Purple ma con i Deep Purple colpiti da amnesia temporanea e strafatti di ganja...
La sezione ritmica affidata a Rolando Cappanera e Simone Luti è imponente, incalzante e tira come un treno in corsa, tiene vivo ogni brano, i suoni sono energici e possenti, l'esecuzione è quella di due musicisti esperti e appassionati.
Poi c'è Roberto Luti; lo "slowhand della slide", che suona come un'autodidatta, uno splendido e splendente autodidatta. Cresciuto nel blues o meglio, mi correggo, cresciuto a New Orleans (che è diverso) eravamo abituati negli ultimi anni a vederlo al fianco di personaggi legati alla musica tradizionale come Washboard Chaz o nel progetto di Playing for Change; qui cambia pelle diventando rock ma senza dimenticarsi da dove arriva. La cosa che amo di più nel suo modo di suonare è l'approccio libero e anarchico (sbavature comprese) con qualche richiamo al Delta, l'assenza di esibizionismo ma soprattutto quel suono che tira fuori dalle dita, perchè Luti avrebbe quel suono anche se attaccasse il jack a un tostapane.
Dovrebbero innamorarsene rocker, bluesman, indiealternativi e quant'altro...
O forse ho preso un abbaglio e non piacerà a nessuno ma, per quanto mi riguarda, che Dio li abbia in gloria.
Senza gridare al miracolo visto che è un tipico "buona la prima" di musicisti avvezzi soprattutto ad una dimensione live, il disco, nonostante l'approccio selvatico, ha decisamente molto da dire sul piano dell'energia ma anche su quello dei contenuti. Compratelo.
Una serata lunga ma ricca di contenuti è stata quella vista al Palacongressi di Arona per l'European Blues Challenge sezione Italia.
Dietro le quinte credo che Roberto Neri, Davide Grandi, Antonio Boschi e tutti i loro collaboratori possano dirsi soddisfatti di questo evento che ha sicuramente raggiunto gli obbiettivi.
Si perchè sul palco si sono alternati dei mini concerti di tutto rispetto.
A partire da chi alla fine alla finale europea di Tolosa non ci andrà ma che avrebbe meritato un qualche premio di consolazione per l'energia e le buone vibrazioni che ha trasmesso al pubblico e ai giurati. Marco Pandolfi con il suo blues classico ma molto personale, l'armonica eccellente, un chitarrismo sobrio ma al tempo stesso ruspante, supportato da un batterista capace di creargli intorno un tappeto sonoro perfetto ed elegante, ci ha ricordato l'importanza e la forza delle origini come fosse un "John Hammond nostrano" (mi lancio in paragoni ingombranti). Mike Sponza ci ha mostrato, con un blues moderno, ben strutturato e dall'approccio fusion (nel senso buono del termine), come partendo da Chicago si possa plasmare un sound ricchissimo con influenze provenienti dal grande pentolone della musica nera senza snaturarne la natura e guardando al futuro. Francesco Piu e Pablo Leoni hanno confermato di avere una missione importante; quella di coinvolgere non solo gli amanti del blues ma anche un pubblico nuovo e fresco. Set esplosivo il loro con Piu capace di trasformare una chitarra acustica in una mitragliatrice, quasi rock in certi passaggi, ammiccando al funk per poi tornare ad atmosfere più roots. Baton Rouge e Amanda e la Banda seppur con ampie differenze di stile e approccio hanno portato poi il tenore della serata verso atmosfere più festaiole con due performance sudate e intense da club, facendoci un pò rimpiangere i periodi in cui in Italia c'era la fila nei locali per ascoltare band che si ispiravano a Muddy Waters, Janis Joplin o Stevie Ray Vaughn.
Bravi, bravi tutti; ma arriviamo ai vincitori che tra l'altro sono saliti sul palco per primi: Veronica & The Red Wine Serenaders.
Hanno vinto sia il premio del pubblico che quello della critica a testimonianza del fatto che stanno attraversando un periodo di grazia; uno spettacolo divertente, emozionante, curato e di altissimo livello. Il loro show che attinge a sonorità vecchie cent'anni, alla tradizione della tradizione, è parso a molti il più fresco e originale, merito di un lavoro di ricerca eccellente, di una Veronica Sbergia dalla vocalità emozionante, di una Cecala precisa al contrabbasso quanto ironica nel canto e di un Max De Bernardi alle chitarre talmente bravo da non sembrarlo ma che, in alcuni momenti, ha mollato il freno a mano lasciando la platea a bocca aperta.
Grande serata.
Ci si vede a Tolosa.
P.s. Bella la scelta di stemperare l'attesa delle votazioni con il concerto di due eccezionali ragazzini dello Zimbabwe: Blessing Chimanga e Chivandikwa Naphtali . Erano così gioiosi e coinvolgenti che avrei voluto abbracciarli.